Esistono delle soluzioni?

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Per la maggior parte, i Garbage Patch non si vedono a occhio nudo, e non sono nemmeno visibili con i satelliti. La plastica viene frammentata dalle onde e fotodegradata dal sole in singoli polimeri invisibili a occhio nudo, che però permangono nelle acque indefinitamente. Anche se non vediamo sempre l’oceano ricoperto di rifiuti galleggianti, non significa che la plastica non sia presente. Anzi, proprio perché non si vede è ancora più insidiosa e pericolosa.

Ma il vero problema, ad oggi ancora non risolto, è che se anche si trovassero i fondi e i mezzi, sarebbe impossibile, con la tecnologia attuale, evitare di rimuovere insieme alla plastica anche i microorganismi marini (come il fitoplancton) e questo, paradossalmente, finirebbe col provocare danni ambientali ancora peggiori di quelli attualmente causati dalla plastica.

Lavori in corso
Tra i vari progetti che stanno attualmente cercando una soluzione del problema, a parte le boyan slatricerche di Università ed enti di ricerca ufficiali, molti fanno capo a fondazioni spesso legate al crowdfunding. Tra queste, ricordiamo The Ocean Cleanup, progettato dal giovanissimo studente olandese di ingegneria aerospaziale Boyan Slat, The Algalita Foundation, fondata da Charles Moore, il 5 Gyres, che studia la densità dell’inquinamento da plastica su scala globale, e l’Expédition MED di Bruno Dumontet, un collettivo di scienziati, ricercatori e navigatori che monitora costantemente le acque del Mediterraneo.

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